La scoperta

Col tempo l'idea di raccontare una storia sulla radio mi è venuta un sacco di volte e se mai diventasse reale inizierebbe cosi:

Era la primavera del 1985, gli ultimi giorni di scuola.
Nel cortile di asfalto di un grosso palazzo, passavo il pomeriggio con mio cugino Matteo, giocando a fare gol tra il tubo della grondaia e la linea disegnata dai mattoni sul muro, usati per fare da pali alla nostra porta. Mia madre era occupata nei turni di lavoro nella fabbrica della cioccolata e a me pensava mia zia, fino alla cinque del pomeriggio, preparandomi il pranzo e sbirciando dal balcone che noi non combinassimo troppi pasticci, mentre si giocava a tirare rigori.

Ogni tiro era per fare gol. Ogni tanto si colpiva il palo, la grondaia, ammaccandola con un clangore che, di sicuro, sentivano anche i vicini. Tiravo di collo pieno ma quella volta colpii male. La palla prese una traiettoria sbilenca e successe quello che non doveva succedere: il pallone finì dentro la finestra del primo piano, sbattendo sul vetro e spalancando le imposte verso l'interno.
I miei occhi sgranati si piantarono in quelli di Matteo e il primo istinto fu di scappare. Mio cugino trasformò quell'istinto in azione in meno di cinque secondi, sparendo.
Rimasi ammutolito e paonazzo, solo. Vidi uscire dalla finestra la palla, tenuta in mano da un signore con la faccia crucciata:
- Questo adesso te lo scordi - disse serio ma senza urlare.
Il tono non permetteva repliche e io non avevo neanche il fiato per rimanere in piedi, figuriamoci per rispondere.
Il signore sparì, socchiudendo di nuovo le imposte, e con lui sparì la palla.

Trovai Matteo nell'androne delle scale, nascosto, ancora agitato. Decidemmo che si doveva andare a riprendere il pallone, chiedendo scusa e assicurando che non si sarebbe mai più giocato in quel lato del cortile. Si, era la decisione più sensata e ora mancava solo capire se scegliere un volontario o andarci insieme.
Il problema sparì in pochi secondi.
Matteo era già a metà della prima rampa di scale quando ordinò:
- Tu vai a riprendere il pallone. Io dico alla mamma cosa è successo e ti aspetto di sopra.
Non ebbi modo di dire la mia: era già volato al quarto piano, al sicuro.

Con l'ingresso del palazzo spalancato fu facile arrivare alla porta giusta e il mio dito era già sul campanello: non lessi neanche il nome scritto sul pulsante e schiacciai. Allungai l'orecchio ma non sentii nulla. Avevo premuto abbastanza a lungo? Certo che si. 
Stavo per ripremere il campanello ma la porta scattò, con quel rumore elettrico di scossa che libera la serratura.
La porta era stata aperta da qualcuno in un'altra stanza. Entrai.

- È permesso?
Nessuno rispose e, chiudendo la porta, seguii il corridoio che piegava a sinista. In tre passi mi trovai a guardare attraverso un grande vetro che lasciava entrare la luce del sole dall'esterno, proprio attraverso la finestra in cui avevo tirato il pallone. Nella piccola stanza, c'era il signore che avevo visto pochi minuti prima affacciarsi. Era occupato a fare non so cosa ma era chiaro che era un ragazzo e non un signore.
A quei tempi dividevo l'umanità in due grandi categorie: i signori e i ragazzi. Chiamavo signore chiunque avesse più di venti o venticinque anni; tutti gli altri erano ragazzi e senza dubbio quello che avevo davanti aveva al massimo cinque o sei anni più di me.
Mi lanciò un occhiata e, come se non mi avesse visto, continuò a parlare col telefono appoggiato all'orecchio libero, mentre l'altro era coperto da quelle che mi parvero cuffie enormi, di quelle che, nei film o in aereoporto, usano gli addetti alle manovre in pista, con le palette luminose in mano.

Quel ragazzo armeggiava, sempre parlando al telefono, muovendo cursori e levette, pigiando bottoni. La musica: quel ragazzo stava suonando della musica con dei giradischi e la ascoltava a un volume che a casa mia non avrei mai potuto usare. Mi fu presto chiaro che davanti a me stava succedendo qualcosa che non avevo mai visto prima: quella persona non stava ascoltando della musica e basta, stava facendo anche altro, ma ancora non riuscivo a capire bene cosa. Sembrava tutto preso dalla conversazione telefonica ma, allo stesso tempo, i suoi occhi passavano dal giradischi a tutti quei bottoni, e ritorno. Guardava quelle lucine che a me non dicevano nulla e, come se avesse visto un pericolo imminente, tutto a un tratto, appoggiò la cornetta del telefono sul banco sistemandosi la cuffie su entrambe le orecchie. Gesti decisi, veloci. Il volume della musica era sempre alto e il ragazzo appoggiò la mano su un lettore di cassette impilato sopra a un altro, identico. Con l'altra mano alzo uno dei cursori davanti a sé.
Fu un attimo: sull'ultimo colpo di batteria, vidi il suo sguardo passare dal giradischi al lettore di cassette e il suo dito premere il tasto play. L'altra mano aveva già tirato verso il basso un altro cursore.
Un effetto "spaziale" uscì dalle casse assieme a una voce che mi fece rimanere a bocca aperta.
"Chiama ora e scegli la tua canzone preferita: Radio Saturno 90 suona la tua musica"
Quella voce disse anche il numero di telefono, ripetendolo con un'enfasi e un entusiasmo mai sentiti a quel volume cosi alto.
Prima che la voce pronunciasse l'ultima cifra, vidi di nuovo gli occhi del ragazzo passare sui giradischi e le sue dita muoversi a premere un tasto, proprio sotto un cursore che alzò velocissimo. Era partita una nuova canzone dal disco sul secondo piatto (scoprii pochi minuti più tardi che quello è il nome corretto del giradischi) ed ero certo che, a far muovere tutto, fosse stato proprio lui: Sandro.

Sandro aveva i capelli lunghi, legati in una coda, e non più di diciotto anni; occhi veloci ma con le palpebre non del tutto aperte e questo gli dava l'aspetto di chi ha sempre sonno. Con un gesto circolare della mano mi aveva invitato ad entrare e io non me lo feci dire due volte. La stanza era più grande vista dal finestrone del corridoio. Dentro era tutta foderata di moquette, anche sul soffitto dove, come sulle pareti, erano stati attaccati dei fogli di polistirolo grigi, quadrati. Sandro mi sorrise dicendo:
- Non hai mai visto una radio vero?

Una radio? Come una radio? In quel momento tutto mi fu chiaro: la radio. Si!
Come avevo fatto a non pensarci prima: quella che io ascolto a casa registrandomi le cassette di "musica dance" viene fatta in posti come questo, da persone come Sandro.
Fu una vera scoperta.

 

Abbi pazienza...

Presto pubblicherò altri racconti di questa storia di radio che forse è la mia, ma forse ;)

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